ANATOMIA DELL'ATTO VIOLENTO: DAL CORTOCIRCUITO CEREBRALE ALLA RESPONSABILITÀ PENALE


 

ANATOMIA DELL'ATTO VIOLENTO: DAL CORTOCIRCUITO CEREBRALE ALLA RESPONSABILITÀ PENALE

A cura di Manila Scaramella

​Quando la cronaca e il dibattito pubblico affrontano il tema dell'escalation di violenza nella società contemporanea, la tendenza dominante è quella di cedere a spiegazioni drasticamente riduttive. L'atto brutale viene frequentemente liquidato come un fenomeno incomprensibile, la manifestazione di un'astratta "mostruosità" individuale o l'effetto imprevedibile di un raptus improvviso. In realtà, la condotta aggressiva non si verifica mai nel vuoto. Per comprendere davvero cosa scatti nella mente e nel corpo di chi compie o tollera un atto spietato, occorre analizzare la complessa architettura multi-strato che lega i circuiti neurobiologici e neurochimici, i meccanismi psicologici di disimpegno morale, gli strumenti peritari della psicologia e della neuroscienza forense e, infine, il quadro normativo dell'imputabilità sancito dal Codice Penale Italiano.

​1. La Matrice Neurobiologica e Neurochimica dell'Aggressività

​Dal punto di vista biologico, l'aggressività e la soppressione dell'empatia non sono entità metafisiche, ma il risultato di un'alterazione e di un disallineamento funzionale tra le strutture corticali deputate al controllo e i nuclei subcorticali preposti alla gestione delle emozioni primordiali.

  • Ipofunzione e deconnessione della Corteccia Prefrontale: Le regioni della corteccia prefrontale dorsolaterale (dlPFC) e ventromediale (vmPFC) costituiscono il centro di controllo esecutivo del cervello umano. Il loro compito fisiologico è esercitare una costante modulazione top-down sul sistema limbico: valutano il contesto, calcolano le conseguenze etiche e sociali dell'azione e frenano gli impulsi primordiali. Quando l'attività prefrontale si riduce — a causa di traumi cranici, lesioni organiche, alterazioni dello sviluppo neuroevolutivo o deficit di connettività strutturale della sostanza bianca — il freno inibitorio cede. L'impulso lesivo non trova più la naturale mediazione del pensiero razionale e si traduce immediatamente in condotta motoria.
  • Iper-reattività e disfunzione dell'Amigdala: L'amigdala è il complesso di nuclei sottocorticali situato nel lobo temporale mediale, deputato alla scansione costante degli stimoli ambientali, al riconoscimento della minaccia e all'innesco della risposta di attacco o fuga (fight or flight). In soggetti sottoposti a stress cronico, traumi precoci, maltrattamenti nell'infanzia o deprivazione emotiva, l'amigdala sviluppa un'iper-reattività patologica. L'individuo percepisce come minaccia imminente anche stimoli neutri o ambigui (uno sguardo, un gesto, un tono di voce), innescando reattivamente un'aggressività difensiva del tutto sproporzionata ed etero-diretta.
  • Inibizione del Sistema dei Neuroni Specchio: Il circuito dei neuroni specchio, distribuito tra la corteccia premotoria e il lobulo parietale inferiore, costituisce il correlato neurofisiologico dell'empatia immediata e somatica. Questo sistema permette di simulare internamente gli stati emotivi, le intenzioni e il dolore osservati nell'altro. Nelle condotte di violenza pianificata, spietata o continuata, si osserva una soppressione funzionale di questa risposta specchio: il cervello di chi agisce smette di registrare la sofferenza della vittima come segnale d'allarme, azzerando la naturale repulsione biologica a causare danno a un proprio conspecifico.
  • Squilibri e modulazione neurochimica: L'assetto neurobiologico dell'aggressività è fortemente condizionato dai neurotrasmettitori e dagli ormoni. Un calo della serotonina (che modula la stabilità dell'umore e l'autoregolazione) riduce drasticamente la soglia di tolleranza alla frustrazione e favorisce le risposte impulsive. Parallelamente, alterazioni nel circuito della dopamina (legata alla ricerca di ricompensa, sensazione e dominanza) e picchi incontrollati di cortisolo e testosterone creano un terreno neurochimico che favorisce la reattività impulsiva a scapito dell'elaborazione riflessiva.

​2. La Dimensione Psicologica: I Meccanismi Cognitivi di Disimpegno Morale

​L'alterazione biologica, tuttavia, non esaurisce la spiegazione del fenomeno. Vi sono contesti in cui individui privi di lesioni cerebrali o patologie organiche strutturate arrivano a perpetrare o tollerare atrocità sistematiche. La psicologia cognitiva ha ampiamente dimostrato che il comportamento umano è guidato da una struttura di autocontrollo morale che, tuttavia, può essere disattivata attraverso precisi meccanismi psicologici. Albert Bandura ha formalizzato questo processo sotto il concetto di disimpegno morale: la mente mette in atto vere e proprie scorciatoie cognitive per scollegare la condotta violenta dal senso di colpa e dalla sanzione dell'autosvalutazione.

  1. Deumanizzazione della vittima: È il meccanismo più radicale e pericoloso. La vittima viene spogliata dei suoi attributi umani e ridotta a un oggetto, a un numero, a un nemico o a una minaccia astratta. Rimuovendo la qualità umana dell'altro, i circuiti dell'empatia non si attivano e la violenza viene percepita come un'azione priva di disvalore etico.
  2. Ristrutturazione cognitiva e Giustificazione Morale: L'atto aggressivo viene reincorniciato e rivestito di una narrazione superiore. La violenza cessa di essere percepita come un crimine e viene ridefinita come un dovere, una necessità difensiva, una misura di protezione del proprio gruppo o l'affermazione di un principio superiore di giustizia.
  3. Spostamento e diffusione della responsabilità: Chi compie l'azione deresponsabilizza la propria coscienza attribuendo la causa del gesto a un'autorità riconosciuta ("ho soltanto eseguito un ordine") oppure diluendo il proprio apporto all'interno di una massa o di un gruppo ("lo facevano tutti"). Annullando la percezione della propria agenzia individuale, il peso del rimorso e del senso di colpa sfuma fino a scomparire.
  4. Minimizzazione e distorsione delle conseguenze: La mente applica una distanza cognitiva dal danno reale arrecato, ignorando, ridimensionando o contestando gli effetti distruttivi che la propria condotta ha provocato sulla vita e sull'integrità altrui.

​3. Il Dominio Peritale: La Differenza Sostanziale tra Clinica e Ambito Forense

​Nel dibattito sulla violenza e la responsabilità, si genera spesso una profonda confusione tra la figura del clinico (medico o psicoterapeuta) e quella dello specialista in ambito forense. Comprendere questa distinzione è fondamentale per delineare come la scienza entri concretamente nelle aule di giustizia.

  • Il Setting Clinico: Il medico clinico o lo psicologo clinico lavorano all'interno di un'alleanza terapeutica. Il loro obiettivo primario è la diagnosi, la cura, l'attenuazione della sofferenza e il benessere del paziente. La valutazione si basa sull'alleanza, sulla fiducia reciproca e sull'autosomministrazione dei vissuti del soggetto.
  • Il Setting Forense: Il perito nominato dal Giudice e il consulente tecnico di parte (CTU/CTP) operano in un setting rigidamente valutativo e privo di finalità terapeutiche. Il loro unico committente è la Giustizia, e il loro compito è rispondere a precisi quesiti di natura scientifica e giuridica.

​La Psicologia Forense

​Applicando modelli teorici, colloqui clinico-peritari, anamnesi strutturate e reattivi psicometrici validati (test di personalità come l'MMPI-2, scale di valutazione della simulazione e test attitudinali/cognitivi), la psicologia forense analizza la struttura di personalità dell'imputato, le dinamiche relazionali, i fattori di vulnerabilità e l'eventuale presenza di psicopatologie. Il suo scopo è ricostruire l'assetto psichico del soggetto al momento della condotta, valutando se e come tali fattori abbiano inciso sulla comprensione del disvalore sociale del fatto.

​La Neuroscienza Forense

​Rappresenta l'integrazione delle tecniche neuroscientifiche nel processo penale. Utilizzando strumenti di neuroimaging morfologico e funzionale (fMRI, PET, SPECT), test neuropsicologici ad alta sensibilità per le funzioni frontali ed esecutive e la genetica comportamentale, la neuroscienza forense indaga la presenza di eventuali alterazioni strutturali o funzionali del cervello. Tuttavia, il ruolo della neuroscienza forense non è semplicemente "trovare una lesione" per giustificare un reato. La disciplina ha l'obbligo metodologico di dimostrare la sustainedzza di un nesso causale diretto e rigoroso: deve provare se e in che misura quella specifica anomalia cerebrale o genetica abbia concretamente menomato o azzerato la capacità del soggetto di autodeterminarsi e di inibire la spinta aggressiva al momento esatto della commissione del reato.

​4. Il Quadro Normativo: L'Imputabilità nel Codice Penale Italiano e la Giurisprudenza

​Tutta la complessa ricostruzione neurobiologica, psicologica e peritale trova il suo punto di approdo e la sua sintesi nel diritto penale. Il nostro ordinamento fonda la punibilità dell'atto sul principio costituzionale della responsabilità penale personale (Art. 27 Cost.). L'applicazione della pena presuppone che il soggetto fosse imputabile al momento del fatto.

  • Articolo 85 del Codice Penale — Capacità di intendere e di volere: La norma stabilisce il principio cardine secondo cui è punibile soltanto chi, al momento in cui ha commesso il fatto, era imputabile. L'imputabilità si compone di due parametri distinti ma interconnessi, entrambi necessari:
    • La capacità di intendere: Rappresenta l'idoneità cognitiva del soggetto a valutare correttamente la realtà esterna, a comprendere il significato sociale, etico e giuridico della propria azione e a prevederne le conseguenze.
    • La capacità di volere: Rappresenta la capacità di autodeterminarsi liberamente in vista di uno scopo, dominando gli impulsi interni e orientando la propria condotta in coerenza con la valutazione compiuta dalla capacità di intendere.
  • Articolo 88 del Codice Penale — Vizio totale di mente: Dispone che non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere completamente la capacità d'intendere o di volere.
  • Articolo 89 del Codice Penale — Vizio parziale di mente: Trova applicazione quando l'infermità riscontrata al momento del fatto non ha azzerato, ma ha scemato grandemente la capacità di intendere o di volere. In questa ipotesi, il soggetto resta imputabile e risponde del reato commesso, ma la legge prevede obbligatoriamente una riduzione della pena, cui può affiancarsi l'applicazione di una misura di sicurezza laddove venga accertata la pericolosità sociale.
  • La Sentenza Raso delle Sezioni Unite della Cassazione (Sent. n. 9163/2005): Un passaggio fondamentale nella storia del diritto penale italiano è rappresentato dalla Sentenza Raso. Le Sezioni Unite hanno stabilito che anche i disturbi della personalità (e non solo le psicosi organiche o i quadri psichiatrici tradizionali) possono configurare un vizio di mente ai sensi degli Artt. 88 e 89 c.p. Tuttavia, affinché ciò avvenga, il disturbo deve essere di consistenza, intensità e gravità tali da incidere concretamente sulla capacità di comprendere o di volere, e deve sussistere un nesso eziologico diretto tra il disturbo stesso e lo specifico reato commesso.

​Monito: L'Anestesia Sociale e il Dovere della Vigilanza

​Ripercorrere la catena che lega l'architettura delle sinapsi cerebrali alle aule di un tribunale non deve mai tradursi in una comoda forma di assoluzione tecnica, né nell'illusione che la violenza sia un fenomeno confinato alla patologia o ai codici di procedura penale. La violenza non è un'entità astratta che appartiene soltanto ai "mostri" o ai casi clinici trattati nelle perizie forensi: è un processo che si insinua lentamente nel tessuto sociale ogni volta che la comunità accetta la svalutazione della persona umana.

​L'abitudine alla rabbia mediatica, la polarizzazione dei toni, l'indifferenza di fronte alla sofferenza altrui e la facilità con cui scarichiamo sulle circostanze o sul gruppo la responsabilità delle nostre azioni rappresentano i primi, reali segnali di cedimento di quel freno morale che ci mantiene civili. La neurobiologia dimostra che il nostro cervello si adatta agli stimoli a cui viene esposto: un ambiente iper-violento e svalutante anestetizza progressivamente i nostri circuiti dell'empatia.

​Restare vigili sui propri meccanismi di pensiero, rifiutare la deumanizzazione dell'altro nelle parole quotidiane e difendere la cultura della responsabilità individuale non sono vaghi principi teorici. Rappresentano l'unico presidio reale, etico e scientifico per impedire che la brutalità continui a nutrirsi dell'anestesia della nostra coscienza.

​Riferimenti Bibliografici e Scientifici

  1. Bandura, A. (1999). Moral disengagement in the perpetration of inhumanities. Personality and Social Psychology Review, 3(3), 193-209.
  2. Davidson, R. J., Putnam, K. M., & Larson, C. L. (2000). Dysfunction in the neural circuitry of emotion regulation—a possible prelude to violence. Science, 289(5479), 591-594.
  3. Rizzolatti, G., & Sinigaglia, C. (2006). So quel che fai: il cervello che agisce e i neuroni specchio. Raffaello Cortina Editore.
  4. Sartori, G., Pellegrini, S., & Mechelli, A. (2011). Forensic neurosciences: from the lab to the courtroom. Functional Neurology, 26(4), 179.
  5. Corte Suprema di Cassazione, Sezioni Unite Penali, Sentenza 25 gennaio 2005 (dep. 8 marzo 2005), n. 9163 (Sentenza Raso).
  6. Codice Penale Italiano — Artt. 85, 88, 89 (Approvato con R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398 e successive modificazioni).

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